Un anno volato in fretta

Ultimo giorno. Sono appena arrivata a scuola. Salgo rapidamente le scale e vengo travolta (piacevolmente) da un gruppo di strane creature. Da mesi succede quasi tutti i giorni. Qui sulla Terra li chiamano bambini. Hanno tra i sei e i sette anni. Mi si avvinghiano alle gambe. Mi cingono la vita con una stretta che mi toglie il fiato: una ragnatela d’amore tramata d’affetto. Dopo qualche istante dico loro di lasciarmi andare. Cerco di ricompormi. Ma loro non ne vogliono sapere. Così procediamo, io e il mio singolare strascico, mattone dopo mattone, fino alla nostra aula. Sotto gli occhi critici di chi vorrebbe una bella fila ordinata (me compresa), ma poi mi dico che ci sarà tempo. In prima pensi di averne sempre tanto! Ora mi godo questa incredibile gioia. Intanto decidiamo, si tratta di un accordo silente, che parte di quelle emozioni che stiamo vivendo le trasformeremo in provviste salvifiche per i tempi di magra: ormai lo so, quando gli alunni si trasformano in adolescenti rifiutano i contatti. Fa parte del gioco della crescita.

Giunti in aula diamo inizio al nostro viaggio. Non so descrivere il piacere che provo nel momento in cui, attraverso le mie parole (esse fanno strani cerchi nell’aria), finalmente li incanto. Ipnotizzati dalle storie vedo i loro occhi brillare. Adoro quei lampi. Se ci penso, mi sembra solo ieri, quando a settembre è partito il nostro treno. Ora si è riempito di un sacco di vibrazioni positive: un bottino conquistato a fatica in tutti questi mesi.

Durante questo viaggio ho parlato di tutto ciò che mi ha toccato, incuriosito, affascinato. Ci siamo raccontati. Il tempo delle storie era il tempo del cerchio. Loro lo sanno. Il cerchio della condivisione, dove quello che nasce si allontana e ritorna, bagnato dalle emozioni e da una misteriosa alchimia che ci unisce.
E’ stato così che un giorno dopo l’altro, attraverso il nastro delle esperienze, dei racconti, delle vittorie e degli insuccessi, abbiamo costruito un DIARIO AFFETTIVO.
Amo Pennac quando sostiene che tutto passa attraverso “la sfera affettiva”. Come non essere vicini a lui in questa illuminante asserzione?
L’affetto diventa nella mia ricetta d’insegnante l’ingrediente segreto. Che poi tanto segreto non è, visto che io e i miei alunni di continuo ci abbracciamo, ci tiriamo per la camicia, ci salutiamo con i sorrisi giganti, ci arrabbiamo e ci chiediamo scusa.
L’apprendimento si fa forza attraverso il fluido affettivo e capita spesso che mi entusiasmi mentre leggo una storia e intanto, senza scompormi, passo un fazzoletto riparatore a una colonna verde uscita dal solito nasino. Mi lancio in divertenti vocine per interpretare i vari personaggi e con forza loro in coro ti chiedono: “Fallo ancora! Fallo ancora!” E tu, sai benissimo che il tempo disponibile è bello che è andato. Ma poi l’insistenza delle loro lusinghe e delle allegre risate, mescolate ad una ribelle agitazione, ti riportano a fare buffe faccette solo per vederli ancora sorridere. In quei momenti senti che arriva, come un fiume in piena, la loro fiducia: è un privilegio. Bello e buono. Quando lo ricevi non puoi più farne a meno. Anche io gli regalo la mia. Assoluta e incondizionata. Lo so, mi fa apparire ingenua. All’improvviso arrivano a frotte le sfumature delle nostre giornate. Cerco di non perdermele. L’importanza data alle sfumature fa la differenza. I miei occhi diventano attenti. Raccolgo le lacrime, gli insuccessi. Ci esaltiamo per le piccole vittorie (bella scrittura, pagina ordinata, intervento logico e intuitivo, disegni all’altezza di un Raffaello). Così tutte le mattine infilo nella borsa i libri, le lezioni preparate, e nella tasca ci metto il guizzo, il “colpo d’ali” che sconvolga gli equilibri. Racconto l’amore anche quando sembra “illusione”, cerco di portare il sole nei nostri dialoghi tingendo le storie di azzurro. Facciamo un gioco di squadra e aiutiamo chi barcolla a reggere il passo. Offriamo una mano a chi è caduto al suo primo dettato colmo di errori. Prepariamo insieme una nuova sfida. Bando ai pasticci! Allontaniamo le nuvole delle incomprensioni. Le sistemiamo lì, sugli orizzonti della giornata per impedire le tante liti.
A ripensarci, ci sono state molte giornate buie. Giorni difficili quando ho cercato di fare, come dice Pennac, “il guardiano delle conoscenze”, l’ansia del programma da svolgere, dimenticando che lasciarsi bagnare dalla pioggia della spontaneità è magico.
Oggi alla fine di questo anno posso dire che con i miei alunni ho instaurato: un’intimità educativa. Siamo complici, con ironia, ci prendiamo in giro, ci liberiamo delle emozioni. Le facciamo viaggiare. Volano nell’aria e riempiono le pareti e il cielo dell’aula.
Una cara amica e collega qualche giorno fa mi ha detto che sono un’idealista. E’ vero lo sono. Mi lancio in imprese talvolta troppo grandi. Ma sono stanca di combattere sempre con il tempo (in classe corre come un pazzo), di lottare contro una burocrazia che mi vuole impiegata d’ufficio ligia a riempire scartoffie. Io dietro la cattedra non ci sto quasi mai, preferisco i banchi dei miei bambini (anche se poi mi lamento che sono sempre in piedi), preferisco parlare con loro e ascoltarli, riempire i loro vuoti e colmare i miei. E’ tutta colpa della mia curiosità, della passione che ci metto e del desiderio di aiutare, solo un po’, i miei bimbi a rendere migliore questo pianeta. E poi arriva la fine dell’anno scolastico e i bilanci del lavoro svolto e degli obiettivi da raggiungere spintonano nell’angolo tutte le conquiste realizzate e ti sembra di aver fatto poco…
Fortunatamente si tratta di istanti, perché noi insegnanti lo sappiamo i nostri bruchi a settembre saranno già delle belle farfalle!

Maestra Mary 🙂

 

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