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Emergenza educazione: la fame di sguardi di una generazione invisibile

Emergenza educazione: la fame di sguardi di una generazione invisibile

Emergenza educazione: la fame di sguardi di una generazione invisibile.Mi sono interrogata a lungo se condividere le mie riflessioni sul triste episodio che ha colpito la prof.ssa Mocchi.
Ho tentato di analizzare tutto con il necessario distacco, lasciando fuori il coinvolgimento emotivo che come docente e genitore avrei potuto infilare.
Mi ha colpita il freddo baluginio di quella parola “VENDETTA”. Scritta sulla maglia del ragazzo. Incastonata nella memoria di un tredicenne che ha trovato la voce attraverso un’arma e la sua violenza.
Una maglia indossata con orgoglio? Innocenza? Incoscienza?
Ed ecco il breve volo. Un passaggio dal baluardo dell’invisibilità di un alunno alla sua improvvisa e terribile popolarità.
Intorno a questo triste grumo di dolore, emerge un senso di sconfitta, con il quale ogni giorno noi docenti proviamo a misurarci con infiniti scavi.
Il filo rosso della sua richiesta di attenzione, di considerazione scorre sotto i nostri occhi.
Certo. Questa azione sarà presto rubricata come l’ennesima, inevitabile espressione dei tempi che viviamo.
Resterà nella pellicola della vita di una docente però che non ha manifestato rancore.
Al contrario, una vitalità inaspettata, con il desiderio di ritornare a fare il suo mestiere e con l’invito ai suoi alunni a guardare il futuro con coraggio.
Intanto, la sottrazione del potere dei ruoli genitoriali e dell’autorevolezza della professione degli insegnanti, la consegna della tutela del minore alla giurisdizione dello Stato sono i manifesti di un nuovo fallimento.
Sono in preoccupante crescita gli alunni chiusi nelle loro fortezze emotive.
Gabbie di dolore e di impotenza, di frustrazione mal gestita, di vuoti familiari e di stalli temporali, in cui tutto è lecito e teatralizzato come anche accoltellare il tuo insegnante.
Sempre più spesso, la popolarità del gesto, l’attenzione dei riflettori, l’essere qualcuno e aver fatto qualcosa sembra essere la spinta unica, di una messa in scena in cui le minacce, le reazioni diventano strumento per conquistare il proprio ruolo sociale, pur di “non essere niente”.
Aprire la scuola alle famiglie è per me non solo un anelito, ma un’emergenza imprescindibile.
Occorre camminare insieme, genitori, insegnanti, associazioni, nella medesima direzione.
Unire gli sforzi e far nascere alleanze che possano aiutare i ragazzi a crescere con più fiducia per tentare di costruire una strada verso la maturità che è tanto affollata di cadute, di inciampi e di squilibri.
Occorre riabilitare le figure degli insegnanti.
Restituire loro una funzione e un ruolo sociale, proteggendoli dal dileggio e dalle offese ripetute.
Questa deriva libertaria concessa ai ragazzi chiede una rete di impegni, di promesse d’amore non violate, di responsabilità, di azioni e di parole.
Di esserci. Di raccogliere quella fame dello sguardo dei nostri “figli” o di rimuovere quella patina di indifferenza a tutto.
Con la certezza di quanto sia difficile questo, rivendico la necessità di varcare la frontiera di una formazione continua per le famiglie, di un supporto pedagogico, psicologico, emozionale a tutto campo per stabilire sane relazioni filiali.
Occorre che la Scuola si sottragga a una serie di progetti vacui e senza alcuna ricaduta.
È importante costruire ponti di dialogo e parlare alle coscienze degli studenti, con la consapevolezza che ciò richiede un sovrappeso emotivo e di immaginazione utili a innervare ogni nostro gesto in uno scambio concreto.
La scuola, le famiglie, le associazioni, come centri gravitazionali di cura, di attenzioni, di sensibilità rinnovate per scrivere con i ragazzi nuovi spartiti di vita e riempire i gusci vuoti delle tante esistenze che ci vengono affidate, sotto la spinta di un riscatto a un benessere educativo, umano e generazionale.
(Testo di M. Ruggi – Riproduzione riservata)
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