Merito tra insegnanti: perché parlarne è diventato necessario
Valorizzare il merito tra insegnanti: una sfida necessaria
Ogni anno, al termine delle lezioni, nella sala docenti di tantissime scuole, negli angoli e nei corridoi, come un vecchio refrain, risuonano le stesse conversazioni.
Si parla di fatica, di burocrazia, di genitori difficili, di alunni fragili. Ma raramente si affronta un tema delicato, foriero di incomprensioni e divisioni: il riconoscimento del merito nella funzione docente.
Esiste? Si può riconoscere? È giusto premiarlo?
Per molto tempo, la cultura scolastica del nostro Paese ha prediletto un approccio che tendeva a porre l’intero corpo insegnante su un medesimo e indistinto piano. Questa visione affonda le sue radici in un nobile e mascherato principio democratico: evitare competizioni sterili in un contesto educativo che dovrebbe nutrirsi di collaborazione e mutuo soccorso.
Non si può però far finta che il merito e la diversità non esistano. Perseverare in questa convinzione rischia di generare un effetto paradossale: rendere invisibile l’impegno straordinario di alcuni docenti.
Perché è innegabile che ci siano insegnanti che profondano energie ben oltre il dettato normativo: si dedicano all’aggiornamento continuo, sperimentano metodologie innovative, costruiscono relazioni significative con gli alunni, condividono materiali con i colleghi, promuovono progetti, cercano nuove strade per facilitare ed elevare gli interventi formativi e tentare di raggiungere ogni bambino. Ci sono, ahimè, anche altri docenti che si limitano a fare il minimo indispensabile.
Riconoscere questa pluralità valoriale e l’intrinseca differenza delle prassi non equivale a istituire inaccettabili gerarchie o docenti di “serie A” e “serie B”. Significa, piuttosto, acquisire piena consapevolezza della multiforme realtà in cui si esplica l’atto educativo.
Il problema nasce quando il merito viene ridotto a criteri semplicistici: numero di progetti realizzati, quantità di certificazioni ottenute o incarichi ricoperti. L’insegnamento è una professione complessa, fatta di competenze visibili e invisibili. Come si misura la capacità di accogliere un bambino in difficoltà? Come si quantifica la fiducia costruita con una famiglia? Come si valuta l’abilità di saper appassionare una classe demotivata?
Il rischio è duplice: premiare chi sa documentare meglio il proprio lavoro e trascurare chi incide profondamente nella vita degli alunni senza trasformare tutto in una rendicontazione perfetta.
Eppure, rinunciare del tutto a valorizzare il merito significa trasmettere un messaggio altrettanto pericoloso: che l’impegno aggiuntivo non abbia alcun valore.
Che cosa si può fare, allora?
Innanzitutto, occorre allargare il concetto di merito. Non solo risultati, ma contributo alla comunità professionale. Un insegnante meritevole è colui che fa crescere anche gli altri: accoglie i neoassunti, condivide strategie efficaci, mette a disposizione esperienze e competenze senza vivere il sapere come un possesso esclusivo.
Inoltre, servono spazi autentici di osservazione reciproca. Entrare nelle classi dei colleghi non per giudicare, ma per imparare. In molti Paesi, il confronto professionale è una pratica ordinaria; da noi è ancora vissuto con diffidenza.
È importante, pertanto, investire nella formazione di qualità, riconoscendo davvero chi sceglie di aggiornarsi e di trasformare ciò che apprende in un cambiamento concreto nella pratica didattica.
Anche la leadership scolastica può fare molto. I dirigenti possono valorizzare pubblicamente le buone pratiche, creare occasioni di condivisione, distribuire responsabilità in modo trasparente e riconoscere il contributo di chi si mette a servizio della scuola.
Infine, è necessario un cambiamento culturale. Dovremmo smettere di considerare il riconoscimento del merito come una minaccia all’uguaglianza. L’uguaglianza non consiste nel fingere che tutti facciano le stesse cose allo stesso modo. Consiste nell’offrire a ciascuno le medesime opportunità di crescere e nel riconoscere, con equità e trasparenza, chi sceglie di investire energie, tempo e competenze oltre il minimo richiesto.
La scuola insegna ogni giorno ai bambini il valore dell’impegno, della perseveranza e della responsabilità. S’impone, allora, una calda riflessione: noi adulti, siamo disposti ad assumere come requisito del nostro agire quegli stessi principi che cerchiamo di trasmettere ai nostri alunni?
Perché valorizzare il merito non significa premiare i migliori contro gli altri.
Significa costruire una comunità professionale nella quale l’eccellenza non susciti imbarazzo o sospetto, ma diventi un patrimonio condiviso, capace di elevare la qualità educativa di tutti e di aprire degli spazi di crescita con margini di miglioramento per ciascuno di noi.
Siamo pronti a costruire comunità professionali abbastanza mature da riconoscere il valore senza viverlo come una minaccia?
